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Tutte le sfumature del verde 🌱
simonepazzano.substack.com

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La parola a chi ne sa #2 - Il racconto e la comunicazione della crisi climatica spiegati da Nicolas Lozito. E tre buone notizie.

Simone Pazzano
Oct 24, 2021
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Una newsletter con consigli, link, news per una comunicazione migliore: a lavoro e nella vita di tutti i giorni. Ogni domenica mattina.

Seconda puntata di quella che se fosse una rubrica potrebbe chiamarsi “la parola a chi ne sa” e quindi newsletter densa di contenuti. Perciò non mi dilungo. Dopo aver parlato di podcast con Ester Memeo, questa settimana ho scelto di concentrarmi su un tipo di comunicazione sempre più importante e delicata, ovvero quella che ci racconta ogni giorno la crisi climatica. Problema che finisce per toccarci in ogni aspetto della nostra vita, da quella privata a quella professionale.

Una delle mie fonti preferite sull’argomento è sicuramente Nicolas Lozito, giornalista del Messaggero, autore de “Il colore verde”, una newsletter sulla crisi climatica super interessante e del podcast Climateers. A lui ho fatto qualche domanda per capire come viene raccontata l’emergenza climatica, se ci sono motivi per essere ottimisti e cosa leggere per essere informati meglio.

Spero tu possa trarre più linfa possibile da queste righe.
Buona lettura!


- Cosa pensi della narrazione della crisi climatica da parte dei mezzi d’informazione? Si è evoluta e noti differenze nel racconto tra canali “classici” (tv e stampa) e digital? 

I media hanno passato almeno vent’anni a usare l’espressione “credere al cambiamento climatico” e questo ha fatto danni visibili ancora oggi. Credere: come fosse l’oroscopo o una religione. La grande regola del giornalismo classico dice “senti l’altra campana”, ovvero se qualcuno dice destra devi sempre trovare una voce che dice sinistra. Ma è sbagliatissimo farlo con i temi scientifici complessi: del climate change di cui si conoscono le basi da almeno tre decenni. Certo, le cose stanno cambiando: non si crede più al climate change, perché ormai gli effetti sono sotto gli occhi di tutti. E infatti ora parliamo di crisi climatica, caos climatico, emergenza.

Il digitale è diventata la nuova grancassa, come una volta erano i giornali di carta: ora sul web le voci si fanno più forti, sia quelle più illuminate sul tema, sia quelle di chi diffonde fake news o dicerie.

- Per quanto riguarda il racconto del momento delicato che stiamo vivendo, qual è secondo te l’errore principale che viene fatto nella comunicazione della crisi climatica? E quale invece (se c’è) il miglioramento più significativo fatto ultimamente?

Credo che l’errore principale sia trattare la crisi climatica come una questione prettamente scientifica. Mari che si alzano, ghiacciai che si sciolgono, boschi che bruciano. Che, se ci pensi, è lo stesso errore di certi modi di raccontare il Covid e i vaccini: i media parlano di scienza dieci, cento, mille volte ma spesso le persone hanno bisogno non solo di spiegazioni, ma anche di una direzione. 

Posso vedere il bicchiere mezzo pieno e dire che ultimamente si sta parlando di più di giustizia climatica e degli effetti che il clima che cambia ha su di noi e sulle società. È una crisi che ha spiegazioni scientifiche, ma effetti molto umani, animali, vegetali.

- Sostenibilità, sostenibilità, sostenibilità… Ora tutti ne parlano e raccontano il loro impegno in materia. Ma per quanto riguarda le aziende a che punto siamo secondo te? Alle parole stanno seguendo i fatti oppure è semplice greenwashing?

Sostenibilità è la nuova parola jolly. Ma tra dire e il fare c’è in mezzo un mare di furbizia e trucchetti. I capi del marketing delle grandi aziende lo sanno bene: confezioni che improvvisamente diventano colorate di verde, etichette che parlano di riciclo, alberi piantati in giro per il mondo. Anche perché oggi i consumatori vogliono prodotti più ecosostenibili, quindi i brand cercano di accontentarli. Non sempre c’è malafede, ma la strada è ancora lunghissima. Noi abbiamo degli strumenti per difenderci, però. Di fronte a uno spot o una campagna “green” di un’azienda dobbiamo chiederci “Chi ci guadagna davvero? L’azienda stessa o effettivamente il pianeta?”. Se ci pare di capire che l’azienda cambi davvero la propria mentalità, la propria catena produttiva e la sua gestione dei profitti verso politiche ambientali più stringenti, allora quel marchio si merita la nostra fiducia.  

- Molte persone tendono a pensare “cosa posso fare io, nel mio piccolo, se tanto chi può fare davvero la differenza se ne frega?!”. Come si può cambiare questa mentalità? E qual è secondo te il primo “piccolo” passo che ognuno di noi può fare?

È un bel dibattito: non sono un grande appassionato della retorica “se ci impegniamo tutti, salviamo il mondo”. Perché purtroppo non è vero: uno non vale uno, e c’è chi si deve impegnare di più e chi di meno. Si devono impegnare i governi, le aziende, i grandi ricchi. Solo loro possono sistemare davvero la faccenda. 

Detto questo, anche noi siamo nell’equazione. E facendo parte della parte ricca del mondo, dobbiamo fare qualcosa. Quindi il primo passo è letteralmente un passo. Nel senso di: cammina, e usa meno l’auto. O prendi la bici, il bus, il monopattino. Secondo qualsiasi studio, la scelta individuale numero uno per ridurre di più il proprio impatto è abbandonare l’auto. E poi viaggiare di meno – o non viaggiare più in aereo. Mangiare meno carne, e in generale meno cibi iper-impacchettati o che hanno fatto il giro del mondo.

C’è una strana deriva ultimamente: alcuni dicono che dobbiamo cancellare le mail per liberare i server e quindi far consumare meno energia, o simili azioni così piccole da contare nulla. È folle focalizzarsi sulle piccole cose se poi ci dimentichiamo che abbiamo strumenti ben più forti: per esempio possiamo cambiare il contratto dell’elettricità, cercando fornitori che offrono solo fonti rinnovabili. Oppure possiamo usare i nostri risparmi per investire in fondi verdi, e contemporaneamente disinvestire da prodotti finanziari legati al vecchio mondo di carbone, petrolio, gas. 

- Il quadro generale è molto preoccupante, anzi drammatico. Ma c’è qualcosa che ultimamente ti ha trasmesso un po’ di positività? Dacci una buona notizia, se ce l’hai. 

Ma di buone notizie ce ne sono mille! Sono piccole, a volte, e sparpagliate, però l’ottimismo è duro a morire. Te ne cito tre che mi vengono in mente al volo, tutte diverse. Milano ha appena vinto un importante premio internazionale, dedicato al Pianeta, l’Earthshot prize, grazie a un loro progetto contro gli sprechi alimentari. In Svezia sono riusciti a fare le prime partite di acciaio prodotto senza bruciare combustibili fossili (un piccolo miracolo, visto che fino a pochi anni fa era impensabile raggiungere certe temperature negli altiforni senza bruciare carbone e simili). E infine il famoso panda, simbolo per anni degli animali in via d’estinzione, è ufficialmente fuori dalla lista. Tutte queste tre storie dimostrano una cosa: se ci mettiamo di impegno, e focalizziamo interessi e attenzione, ce la possiamo fare.

- Quali libri suggerisci sull’argomento per avere una visione più chiara del problema?

Ne cito tre, tutti recenti, che per me sono delle pietre miliari. 

• Possiamo salvare il mondo prima di cena di Jonathan Safran Foer (Guanda), che da grande scrittore alterna racconto personale a saggio scientifico e suggerisce che dovremmo tutti, in qualche modo, cambiare dieta. 

• L’altro mondo di Fabio Deotto (Bompiani), anche Deotto è un grande scrittore che si dedica ai temi dell’ambiente. Il suo libro si focalizza su due aspetti: è un viaggio nei luoghi dove già il clima è cambiato, e un’analisi sui pregiudizi cognitivi che abbiamo nei confronti del climate change. 

• Scegliere il futuro di Christiana Figueres e Tom Rivett-Carnac (Tlon): un libro-manifesto scritto da una delle più importanti diplomatiche del mondo che spiega come le decisioni per salvare il clima siano tutte in mano nostra.

Per altri consigli di libri sul tema, ho fatto anche un post su IG.

- Oltre ai tuoi canali, ci consigli qualche profilo IG/newsletter/podcast interessante da seguire?

Il Guardian ha sicuramente la sezione dedicata all’ambiente e al clima più ricca (hanno anche una newsletter, Green Light). Una newsletter imprescindibile è Heated di Emily Atkin, una giornalista-attivista che ormai è diventata la numero uno sul tema. Su Instagram a me piace moltissimo l’account di Earthrise, un team di grafici e creativi che crea post dedicati al clima. 

Per rimanere in Italia, invece, suggerisco Il climatariano, la newsletter di Lifegate scritta da Tommaso Perrone. Su Instagram Planit sta iniziando a fare un grande lavoro che mescola clima, generazione z e comunicazione, e anche Duegradi offre approfondimenti interessanti. 


Se ti interessa approfondire o rimanere aggiornat* su questi temi ti consiglio di seguire Nicolas Lozito anche su Instagram, dove crea contenuti davvero di qualità. Ottimi per essere sempre informati e consapevoli.


💡 I link della settimana

  • Scrivere - Il Reuters Institute ha lanciato l'Oxford Climate Journalism Network, un progetto pensato per aiutare i giornalisti a coprire meglio la crisi climatica

  • Lavorare - Attivismo di brand: i consumatori apprezzano le aziende impegnate. Secondo i dati dell’Osservatorio Civic Brands e di uno studio Kantar su un campione europeo, è l’ambiente il tema che gli italiani hanno più a cuore e su cui chiedono l’impegno delle aziende.

  • Ascoltare - Socrate su Telegram è il titolo di questa interessante puntata di Red Zone, il podcast di Francesca Baraghini, che parla anche di transizione ecologica e balene.

  • Leggere - Gli effetti del cambiamento climatico non si vedono solo in natura: questa crisi sta provocando infatti una crescente ansia ecologica nei più giovani.

🍷 L’angolo diVino

  • Influencer marketing, sui social il food&beverage piace sempre di più. Tra i trend in crescita ci sono la sostenibilità - sono sempre più presenti i consigli per evitare sprechi in cucina e le ricette creative con gli scarti alimentari - e il vino.


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